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HELLPITLa fortezza degli avventurieri

Aventure a Fondovalle

Il Rintocco di Fondovalle Capitolo 1: L’Arrivo

Il Rintocco di Fondovalle

Capitolo 1: L’Arrivo

Dorian Vane aveva imparato, nei suoi ventisei anni di vita movimentata, che esistono due tipi di città: quelle che ti accolgono con un sorriso e ti derubano mentre dormi, e quelle che ti guardano storto fin dal primo istante e poi, con tua somma sorpresa, si rivelano oneste fino alla noia. Fondovalle, decise mentre varcava le porte orientali con il cappello calato su un occhio e la borsa più leggera di quanto avrebbe voluto, apparteneva a una terza categoria, molto più rara e molto più fastidiosa: le città che sembrano non accorgersi affatto di te.

Non era il benvenuto che si aspettava. In fondo, un uomo che si è guadagnato l’espulsione da tre taverne, due bische e una volta, memorabilmente un intero quartiere a luci rosse di Lorgar, si abitua a fare rumore ovunque metta piede. A Fondovalle, invece, le guardie alla porta gli lanciarono un’occhiata annoiata, un mercante di stoffe gli offrì uno sconto che non aveva chiesto, e un bambino gli rubò quasi la borsa senza che nessuno battesse ciglio.

Quasi, per l’appunto.

«Ehi.» Dorian afferrò il polso del ragazzino con la grazia di chi lo fa da una vita, il che, in effetti, era il caso. «Complimenti per il tentativo. Le dita sono agili, il tempismo decente. Ma guardami negli occhi mentre lo fai, la prossima volta: distrai meglio la vittima.»

Il bambino, terrorizzato, si aspettava manette, guardie, forse una mano mozzata se le voci sulla giustizia di provincia erano vere. Invece Dorian gli lasciò cadere in mano tre monete di rame.

«Studia» disse, e proseguì per la sua strada senza voltarsi.

Era un piccolo gesto, quasi automatico Dorian non lo avrebbe mai ammesso a voce alta, ma vedersi rispecchiato in un ladruncolo di strada gli stringeva sempre un po’ il petto. C’era stato un tempo, non troppo lontano, in cui anche lui aveva dovuto imparare la differenza tra “rubare per sopravvivere” e “rubare con stile”. Fondovalle, con le sue vie strette e il fiume che luccicava sotto il sole del tardo pomeriggio, gli ricordava vagamente Lorgar prima del disastro: la stessa aria di prosperità appena percettibile, lo stesso brulicare di mercanti che si credevano più furbi di quanto fossero davvero.

Perfetto, pensò. Un posto pieno di gente che si crede furba è un posto pieno di opportunità.

Una Città che Trattiene il Respiro

Il piano di Dorian, per quanto un “piano” meritasse quel nome, era semplice: trovare un tavolo da gioco redditizio, ripulire qualche nobile di provincia annoiato, e proseguire verso il porto meridionale prima che qualcuno iniziasse a fargli troppe domande. Aveva sentito parlare di Fondovalle in una taverna tre città più a nord un posto tranquillo, dicevano, buon commercio, nobili con più oro che cervello. Sembrava perfetto.

C’era, però, qualcosa di sbagliato nell’aria. Non era il genere di cose che un uomo come Dorian avrebbe notato a prima vista lui vedeva serrature, non presagi ma dopo un’ora di cammino tra le vie del mercato notturno, iniziò a percepirlo comunque.

Le lanterne colorate dei mercanti ambulanti brillavano allegre come dovevano, la musica di un liuto scordato riempiva l’aria, l’odore di pane caldo e spezie gli fece brontolare lo stomaco in modo imbarazzante. Eppure.

Eppure, la gente camminava troppo in fretta.

Eppure, più di una porta si chiudeva con un tonfo secco al suo passaggio non per paura di lui, notò con un misto di sollievo e stranezza, ma per un’abitudine più vecchia e più radicata, come se la città intera avesse imparato a sprangarsi non appena il sole iniziava a calare.

«Interessante» mormorò tra sé, fermandosi davanti a una taverna dall’insegna scrostata La Locanda del Gallo Nero decidendo che era ora di procurarsi qualcosa da bere e, con un po’ di fortuna, qualche informazione gratuita. Le informazioni gratuite erano il suo tipo preferito.

Il Gallo Nero

L’interno della locanda era caldo, affollato quanto basta per non attirare attenzioni, e pieno del genere di chiacchiericcio nervoso che Dorian riconosceva a occhi chiusi: il suono di una comunità che aveva paura di qualcosa e non sapeva ancora come chiamarlo.

Si sedette al bancone con la disinvoltura di chi possiede il locale, anche se in tasca aveva a malapena il costo di una birra scadente.

«Novità?» chiese al locandiere, un uomo tarchiato dal volto stanco che stava pulendo un boccale con più energia di quanta ne richiedesse.

L’uomo lo guardò un istante di troppo abbastanza da far scattare in Dorian il vecchio istinto di questo qui sa qualcosa prima di rispondere.

«Dipende da che tipo di novità cerca, straniero.»

«Del tipo che qualcuno racconta gratis dopo due bicchieri.»

Il locandiere quasi sorrise. Versò la birra. «Selia è sparita proprio qui fuori, tre notti fa» disse, abbassando la voce come se il nome stesso potesse attirare qualcosa. «Cameriera di questo locale. Brava ragazza. Diceva di sentirsi osservata da settimane, ultimamente. E non è la sola a dirlo, in città.»

Dorian inclinò la testa, professionalmente interessato o meglio, interessato al livello giusto da sembrare solo cortese, non famelico. «Osservata da chi?»

«Se lo sapessi, straniero, non staresti bevendo la mia birra ascoltandomi. Staresti ascoltando le guardie arrestare qualcuno.»

Touché.

Fu in quel momento con impeccabile tempismo narrativo, come Dorian avrebbe poi ammesso solo a sé stesso, mesi dopo, ripensando a quella sera che un avventore visibilmente ubriaco, seduto due sgabelli più in là, si intromise nella conversazione senza essere stato invitato.

«Un uomo pallido» borbottò, gli occhi vitrei fissi sul proprio boccale vuoto. «Vestito bene. Non batteva ciglio nemmeno con quel freddo. L’ho visto vicino al cimitero, più di una volta.»

Il locandiere sospirò, il sospiro di chi ha già sentito questa storia troppe volte per prenderla sul serio ma non abbastanza per liquidarla del tutto. Dorian, invece, sentì quel piccolo scatto familiare dietro lo sterno lo stesso che sentiva davanti a una serratura particolarmente complessa, o a un nobile con la borsa un po’ troppo gonfia.

Un mistero. E i misteri, nella sua esperienza, tendevano ad avere una ricompensa in fondo, se si sapeva dove guardare.

Miriam Hale

Non ebbe il tempo di indagare oltre. La porta della locanda si spalancò con l’urgenza di chi non ha più energie per bussare educatamente, e una donna sulla cinquantina il volto segnato da notti insonni più che dall’età si fece strada tra i tavoli con lo sguardo di chi sta per implorare aiuto a chiunque abbia la sfortuna di incrociare il suo cammino.

I suoi occhi caddero su Dorian.

Non era chiaro cosa, esattamente, in lui gridasse “avventuriero disposto ad aiutare per la giusta cifra” forse la spada al fianco, forse il modo in cui sedeva come se il mondo gli dovesse qualcosa ma la donna si avvicinò dritta al suo sgabello senza esitazione.

«Siete voi?» chiese, la voce tremante di una speranza che aveva ormai smesso di aspettarsi di essere esaudita. «L’avventuriero di cui parlava il locandiere?»

Dorian lanciò un’occhiata al locandiere, che alzò le spalle con un’espressione che diceva chiaramente non ho detto niente di preciso, ma nemmeno il contrario. Fece rapidamente due conti: una donna disperata, vestita modestamente ma non povera, con le mani callose di chi lavora la lana una tessitrice, probabilmente significava quasi sempre una ricompensa piccola ma sincera. Non era il colpo grosso che sperava. Ma era comunque oro, e l’oro, per un uomo con la borsa vuota e il debito di una vita da ripagare, non si giudicava mai troppo.

«Dipende» disse Dorian, con il sorriso che aveva perfezionato in anni di trattative poco legali. «Da cosa avete bisogno, e da quanto siete disposta a pagare per averlo.»

La donna Miriam Hale, si sarebbe presentata di lì a poco, la voce che si spezzava appena sul nome del figlio gli raccontò tutto: Corin, l’apprendista fabbro, scomparso da dieci giorni senza lasciare traccia. Le guardie che non volevano ascoltare. La paura, sempre più concreta, che qualcosa nella città stesse divorando i suoi abitanti uno alla volta, in silenzio, mentre tutti fingevano di non vedere.

Cinquanta monete d’oro, vitto e alloggio.

Dorian avrebbe dovuto rifiutare. Un mistero cittadino non era il suo genere di lavoro lui preferiva bersagli con nomi e volti precisi, non ombre vaghe che si aggiravano nei cimiteri. Ma c’era qualcosa nel modo in cui Miriam Hale pronunciava il nome del figlio, qualcosa che gli ricordava solo per un istante, solo abbastanza da fargli stringere la mascella sua madre, la notte in cui avevano venduto anche le fedi nuziali.

Al diavolo.

«Affare fatto» disse, tendendo la mano. «Ma vi avverto: costo di più se scopro che il vostro caro Corin è semplicemente scappato con una ragazza e si sta nascondendo per vergogna.»

Per la prima volta da quando era entrata nella locanda, Miriam Hale abbozzò qualcosa di simile a un sorriso.

Il Primo Passo

Fu solo più tardi, mentre seguiva le indicazioni di Miriam verso la forgia dove Corin era stato visto l’ultima volta, che Dorian si permise di riflettere su quanto fosse strano tutto questo. Lui, Dorian Vane, spadaccino elegante e ladro di professione, che accettava di indagare su una sparizione cittadina per cinquanta monete d’oro e un piatto caldo, come un qualunque avventuriero da taverna con troppa coscienza e troppo poco buon senso.

Sto invecchiando male, pensò, mentre imboccava un vicolo buio con la mano che scivolava, per pura abitudine, verso l’elsa del fioretto.

Non poteva ancora saperlo, ma quella sera stessa avrebbe incontrato tre persone che avrebbero cambiato drasticamente i suoi piani di attraversare Fondovalle senza lasciare traccia: una chierica corazzata con una fede più dura dell’acciaio, un barbaro con lo sguardo di chi ha visto cose che nessuno dovrebbe vedere, e una maga espulsa da un’accademia con più ambizione che buon senso.

Ma per ora, mentre il sole calava definitivamente dietro i tetti di Fondovalle e le prime ombre si allungavano innaturalmente lunghe lungo le vie del mercato, Dorian Vane camminava da solo verso una forgia silenziosa, ignaro che la vera avventura quella che nessuna moneta d’oro avrebbe mai potuto ripagare era appena cominciata.

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Continua nel Capitolo 2: “Tre Estranei e una Forgia Silenziosa”