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HELLPITLa fortezza degli avventurieri

Avventure a Querciacupa

Capitolo 1: La Radura dei Silenzi

La nebbia che scendeva dal Bosco dei Sussurri non assomigliava a quella delle pianure. Era densa, fredda e odorava di terra smossa, come se il sottobosco stesso stesse esalando un respiro gelato sulla cittadina di Querciacupa.

Dorian sollevò il bavero del mantello verde scuro, camminando con passo leggero lungo la via principale del borgo. Le case di pietra grigia e legno massiccio avevano le imposte serrate, nonostante fosse appena il crepuscolo. Qualche torcia fumosa lungo la palizzata esterna tentava debolmente di fendere l’oscurità crescente.

«Città allegra,» commentò lo spadaccino, lanciando un’occhiata alle strade deserte. «Mi chiedo se la cordialità locale sia a pagamento o semplicemente inesistente.»

«La gente ha paura, Dorian,» disse Valeria, il cui passo pesante e metallico risuonava sulla pietra umida. La chierica stringeva l’elsa del suo martello da guerra. «Senti questa freddezza? Non è solo il clima. C’è un’oppressione spirituale che grava su queste mura.»

«Io sento solo odore di stufato e birra scadente,» grugnì Krag, che procedeva alle loro spalle come un’ombra mastodontica. L’enorme mezzorco teneva una mano appoggiata sulla cinghia dell’ascia bipenne. «E la cosa mi attira.»

Elara, che camminava a fianco del barbaro tenendo lo sguardo fisso su una mappa logora, mormorò: «Siamo quasi arrivati. La taverna del Luppolo Nero è la struttura più grande vicino alla piazza del mercato. Se le informazioni del cartografo sono esatte, è lì che dovremmo trovare il nostro contatto.»

La taverna si rivelò essere un edificio a due piani dal tetto spiovente. All’interno, il calore del grande camino centrale offriva un temporaneo sollievo dal gelo esterno, ma l’atmosfera era tutt’altro che festosa. I pochi avventori sedevano distanti l’uno dall’altro, parlando a bassa voce davanti a boccali di birra scura. Molti di loro avevano volti scavati e sguardi assenti.

Dietro il bancone di quercia, un nano dalla barba fulva e arruffata puliva un boccale con un panno visibilmente logoro. Non appena il gruppo entrò, sollevò lo sguardo, gli occhi piccoli e intelligenti che valutarono i nuovi arrivati in un istante.

«Voi dovete essere quelli mandati dalla gilda dei mercanti,» disse il nano con voce roca, posando il boccale. «Io sono Taran Brand. Benvenuti a Querciacupa. Anche se, di questi tempi, c’è ben poco di buono a cui dare il benvenuto.»

Dorian si avvicinò al bancone con un inchino accennato e un sorriso smagliante che sembrava quasi fuori posto in quel luogo cupo. «Mastro Brand, il piacere è tutto nostro. Mi dicono che abbiate un piccolo problema di logistica. Quattro boscaioli svaniti nel nulla? Un vero peccato per il commercio di legname.»

«Non scherzarci, ragazzo,» grugnì Taran, appoggiando le grosse mani nodose sul legno del bancone. «Garrick e i suoi ragazzi sono i migliori che ho. Si sono addentrati nel Bosco dei Sussurri tre giorni fa per tagliare il pino nero. Non hanno mai mancato una scadenza. Mai. Ora la foresta è silenziosa, e nessuno dei boscaioli locali ha il coraggio di andare a cercarli. Dicono che il bosco sia… affamato.»

«Cosa intendi per affamato?» chiese Valeria, avvicinandosi.

«Cose che si muovono nella nebbia. Rumore di passi pesanti che non appartengono a bestie selvatiche. E poi c’è il vino…» Taran si interruppe, scuotendo la testa. «Ma una cosa alla volta. Vi offro cinquanta monete d’oro se ritrovate Garrick e i suoi uomini, o se mi portate prove certe di cosa sia accaduto loro. Ma dovete muovervi. Se sono ancora vivi là fuori, il tempo sta per scadere.»

Dorian guardò i suoi compagni, il sorriso che si fece più sottile. «Cinquanta monete d’oro. Abbastanza per un paio di stivali nuovi e una cena decente. Ci sto. Voi che ne dite?»

Krag rispose con un cenno del capo, mentre Elara chiuse la mappa con un colpo secco. «Il Bosco dei Sussurri è un’anomalia interessante. Accetto.»

Valeria annuì, il volto serio. «Che la Luce ci guidi. Partiremo all’alba.»

❖ ❖ ❖

Il mattino seguente, il sole sorse come un disco pallido e privo di calore dietro la coltre di nebbia. Il Bosco dei Sussurri si presentava come un muro di tronchi neri e contorti, i cui rami spogli sembravano dita scheletriche protese verso il cielo.

Dorian procedeva in testa, muovendosi con una grazia che sembrava quasi fargli sfiorare il terreno senza fare rumore. Valeria lo seguiva a breve distanza, mentre Krag ed Elara chiudevano la fila.

Dopo due ore di cammino silenzioso, interrotto solo dallo scricchiolio dei rami secchi sotto i loro piedi, Krag si fermò improvvisamente. Sollevò il naso, annusando l’aria fredda.

«Fumo vecchio,» disse il barbaro a bassa voce. «E ferro.»

Dorian scivolò dietro un cespuglio di rovi, facendo segno agli altri di abbassarsi. Davanti a loro si apriva una piccola radura. Al centro si trovavano tre tende di tela grezza, parzialmente strappate. Un focolaio spento era coperto di cenere grigia. Tutto era immobile.

«Sembra abbandonato,» sussurrò Valeria, apprestandosi ad avanzare.

«Aspetta,» la trattenne Dorian, afferrandola delicatamente per la spalla corazzata. «Un buon ladro sa che le scene troppo tranquille sono le più pericolose. Lasciami dare un’occhiata.»

Lo spadaccino si mosse rapidamente da un tronco all’altro, raggiungendo la prima tenda. Con la punta del fioretto sollevò il lembo di tela. All’interno c’erano giacigli disordinati e una ciotola di legno rovesciata con del cibo ormai ammuffito.

«Nessun segno di fuga pianificata,» disse Dorian ad alta voce, richiamando gli altri. «Hanno lasciato tutto qui. Persino le scuri.» Indicò un grosso ceppo di legno dove una pesante scure da boscaiolo era ancora conficcata profondamente.

Krag si avvicinò al ceppo, esaminando il terreno circostante. Si chinò, sfiorando una striscia di fango scuro. «Sangue. Asciutto. E impronte grandi. Piedi nudi. Ma trascinati.»

«Non morti?» chiese Valeria, un brivido di disgusto che le attraversò la voce.

Elara si avvicinò al focolare spento. Con la punta del suo bastone da mago mosse le ceneri, rivelando un oggetto metallico deformato dal calore. Usando una manica per non scottarsi, lo raccolse. Era un amuleto di ferro che raffigurava una goccia di sangue racchiusa in un cerchio di spine.

«Questo simbolo non appartiene a nessuna divinità conosciuta della regione,» spiegò l’elfa, analizzandolo con lo sguardo. «Tuttavia, emana una debole aura di magia necromantica. Molto debole, ma persistente.»

«Quindi non si tratta di semplici banditi,» concluse Dorian, ripulendosi una macchia immaginaria dal polsino. «Abbiamo a che fare con dei collezionisti di amuleti piuttosto macabri.»

Prima che potessero discutere ulteriormente, un fruscio profondo scosse le fronde dei rovi circostanti. Dalla nebbia che si stava addensando rapidamente intorno alla radura emersero tre figure canine.

Non erano lupi comuni. La loro carne era grigia, priva di peli in più punti, con piaghe aperte che rivelavano l’osso sottostante. I loro occhi brillavano di una luce lattiginosa e priva di vita. Ringhiarono, un suono umido e gutturale che fece drizzare i capelli sulla nuca di Dorian.

«Beh,» disse lo spadaccino, assumendo la sua posizione di guardia e facendo oscillare il fioretto con un ghigno divertito che mascherava la tensione. «Sembra che i padroni di casa abbiano mandato il comitato di benvenuto. Krag, ti dispiace fare gli onori di casa?»

Con un urlo che scosse i rami degli alberi, Krag sfilò l’ascia dalla schiena. Le sue rune azzurre brillarono di colpo, e la rabbia della tempesta si accese nei suoi occhi.

Il primo lupo corrotto scattò in avanti, le fauci spalancate pronte a ghermire la gola di Dorian. Lo spadaccino compì un passo laterale fulmineo, schivando l’assalto per un soffio. Con un movimento fluido e preciso, spinse il fioretto in avanti, colpendo la creatura al fianco. La lama penetrò nella carne morta, ma il lupo non sembrò provare dolore; si girò di scatto per azzannarlo di nuovo.

«Oh, andiamo! Nemmeno un gemito?» si lamentò Dorian, balzando indietro per evitare le zanne.

«Allontanati, Dorian!» gridò Valeria. La chierica sollevò il suo simbolo sacro, un sole dorato. «Per il potere della Luce, torna alla polvere!»

Un’esplosione di luce dorata e calda scaturì dal simbolo di Valeria, investendo i lupi. Le creature guirono, la loro carne necrotica che bruciava sotto l’effetto dell’energia radiosa. Uno dei lupi, parzialmente incenerito, crollò a terra immobile.

Il secondo lupo si avventò su Valeria, ma Krag si interpose. Con una forza spaventosa, abbatté la sua ascia sul cranio della bestia, spaccandolo in due con un colpo secco. Il corpo del lupo crollò al suolo, inerte.

L’ultimo lupo rimasto, gravemente ustionato dalla luce di Valeria, tentò di ritirarsi nella nebbia.

«Non credo proprio,» mormorò Elara. L’elfa tracciò un semicerchio nell’aria con la mano destra, pronunciando tre parole in lingua elfica. Tre dardi di pura forza magica, di un colore azzurro brillante, scaturirono dalle sue dita e saettarono nella nebbia, colpendo il lupo alle spalle. La creatura crollò al suolo con un ultimo sussulto.

Il silenzio tornò a regnare nella radura. Dorian rinfoderò la spada, respirando leggermente affannato, e si passò una mano tra i capelli.

«Niente male, squadra. Davvero niente male,» disse, guardando i corpi delle bestie. Poi il suo sguardo tornò a terra, seguendo la scia di impronte trascinate che si dirigevano verso nord-est, addentrandosi ancora di più nel cuore oscuro della foresta. «Sembra che i nostri amici abbiano portato i boscaioli da quella parte. Che ne dite, andiamo a fare quattro chiacchiere con questo culto del sangue?»

Valeria strinse il martello, gli occhi fissi sul sentiero oscuro. «Dobbiamo farlo. Prima che altre vite vengano spezzate.»