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HELLPITLa fortezza degli avventurieri

Aventure a Fondovalle

Il Rintocco di Fondovalle Capitolo 6: Il Mausoleo dei Voss

Il Rintocco di Fondovalle

Capitolo 6: Il Mausoleo dei Voss

Le parole di Padre Ellard, pronunciate con la voce tremante di un uomo che cercava disperatamente una forma di redenzione, continuavano a risuonare nella mente di Valeria molti giorni dopo il rito interrotto alla Villa dei Marchetti.

Le tombe più antiche non sono mai state davvero vuote.

«Devo ammettere» disse Dorian, mentre i quattro attraversavano le vie ormai familiari di Fondovalle in direzione del cimitero comunale, «che c’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che le nostre indagini ci riportino sempre, inesorabilmente, verso posti pieni di cadaveri. Inizio a sospettare che l’universo abbia un pessimo senso dell’umorismo.»

«L’universo non ha senso dell’umorismo» rispose Elara, il taccuino già aperto sulle proprie note relative alla disposizione delle tombe profanate. «Ha semplicemente un pattern coerente. Ed è esattamente quel pattern che dobbiamo seguire.»

«Preferirei l’ipotesi dell’umorismo cosmico, sinceramente. Suona meno inquietante.»

Gerta Holt

Il cimitero, quando vi giunsero, appariva esattamente come Dorian si sarebbe aspettato da un cimitero con una reputazione sempre più sinistra: silenzioso in un modo innaturale, le lapidi che proiettavano ombre troppo lunghe anche sotto il sole del tardo pomeriggio.

Ad attenderli al cancello di ferro trovarono una donna anziana dall’aria nervosa, le mani che si torcevano l’una nell’altra con l’ansia di chi ha visto troppo per riuscire a dormire tranquilla.

«Voi siete quelli che hanno fermato il culto alla villa» disse, non del tutto una domanda. «Gerta Holt. Custode di questo posto, da più anni di quanti vorrei ammettere.»

«E immagino» disse Valeria, con la gentilezza professionale di chi ha imparato a mettere a proprio agio le persone spaventate, «che abbiate visto qualcosa che vorreste condividere con noi.»

Gerta annuì vigorosamente. «Un’altra tomba profanata, stanotte. Ma stavolta ho visto qualcosa scendere sotto terra, non uscirne. C’è un passaggio, ne sono certa. E ho troppa paura per controllare da sola.»

«Fortunatamente per voi» disse Dorian, con un inchino teatrale che strappò un debole sorriso alla donna nonostante tutto, «la paura di controllare da soli è esattamente il problema che risolviamo professionalmente.»

Il Blasone del Corvo

Seguirono Gerta attraverso il cimitero, oltre file di lapidi coperte di muschio, fino a un mausoleo che si ergeva più imponente degli altri sormontato da un blasone eroso ma ancora riconoscibile: un corvo che teneva tra gli artigli un occhio velato.

«Lo stesso simbolo» mormorò Elara, avvicinandosi per esaminarlo con l’attenzione febbrile di chi ha appena trovato la conferma di una teoria. «Non è una coincidenza. Questo è il Mausoleo dei Voss.»

Krag, che si era fermato qualche passo indietro con un’espressione tesa che nessuno dei tre aveva ancora imparato a decifrare completamente, annusò l’aria con un disagio palpabile.

«Freddo» disse semplicemente. «Non il freddo della sera. Il freddo di sotto.»

La porta di pietra del mausoleo era socchiusa, esalando un’aria gelida che nulla aveva a che fare con la stagione. Gerta, con un ultimo cenno nervoso, si ritirò a distanza di sicurezza, chiaramente non intenzionata a spingersi oltre quel punto per nessuna somma di denaro.

«Non vi biasimo» le disse Dorian, prima di varcare la soglia con i suoi compagni.

Il Meccanismo Nascosto

L’interno del mausoleo era esattamente ciò che ci si aspetterebbe: sarcofagi di pietra, iscrizioni erose dal tempo, un silenzio che sembrava avere peso fisico. Fu Elara, esaminando metodicamente ogni statua funeraria con la pazienza di chi ha già imparato che i dettagli importanti raramente si rivelano al primo sguardo, a notare l’anomalia.

«Questa statua» disse, indicando la figura di un astronomo scolpito con lo sguardo rivolto verso l’alto, il braccio destro leggermente più consumato dal tempo rispetto al resto della figura. «È stata toccata. Ripetutamente. Troppo spesso per essere solo il caso.»

Con un cigolio di meccanismi antichi che protestavano dopo secoli di inattività, il braccio della statua cedette sotto la sua spinta, e un sarcofago apparentemente vuoto scorse lentamente di lato, rivelando una scalinata che scendeva nell’oscurità più totale.

«Bene» disse Dorian, guardando nel buio con un’espressione che tradiva più apprensione di quanta ne avrebbe voluto ammettere. «Chi ha portato le torce, questa volta?»

«Io» rispose Valeria, già impegnata ad accendere una lanterna con la mano ferma di chi ha smesso da tempo di lasciarsi paralizzare dalla paura, per quanto la sentisse comunque, sotto la superficie.

Discesa

Le catacombe si aprirono davanti a loro come un labirinto di pietra grezza, parzialmente crollato in alcuni punti, le pareti coperte di ossa antiche ammassate con un ordine che aveva smesso, in tempi recenti, di essere del tutto casuale.

«Qualcuno ha rimosso alcuni di questi resti» notò Valeria, la voce che tradiva un disagio professionale per lei, la profanazione dei morti era una violazione che andava ben oltre il semplice orrore fisico. «Di recente.»

Krag, che camminava in testa al gruppo con l’ascia già impugnata, si fermò bruscamente quando una delle lastre di pietra sotto i suoi piedi cedette con un cigolio sospetto.

«Fermi!» gridò, gettandosi di lato con un’agilità sorprendente per un uomo della sua stazza, mentre una sezione del pavimento sprofondava rivelando una fossa poco profonda sottostante.

«Trappole» commentò Elara, annotando rapidamente sul taccuino con un’espressione che oscillava tra il fastidio e l’apprezzamento tecnico. «Rudimentali, ma efficaci. Chiunque abbia costruito questo posto voleva davvero che nessuno lo disturbasse.»

«Be’, peccato per lui» disse Dorian, aiutando Krag a rimettersi in piedi con un ghigno che nascondeva solo in parte la tensione crescente. «Siamo notoriamente cattivi nell’ascoltare gli avvertimenti impliciti.»

La Sala degli Ossari

Proseguirono con cautela rinnovata, fino a raggiungere un’ampia sala fiancheggiata da file di nicchie scavate nella roccia, molte delle quali vuote, i loro antichi occupanti chiaramente rimossi in tempi recenti.

Un basso ringhio, proveniente dall’oscurità in fondo alla sala, li fece irrigidire tutti simultaneamente.

«Ospiti» mormorò Krag, l’ascia che si sollevava con la lentezza calcolata di chi ha imparato, a caro prezzo, l’importanza di non sottovalutare mai un nemico nell’oscurità.

Due figure emersero dalle ombre creature un tempo umane, ora ridotte a qualcosa di grottescamente famelico, gli artigli che grondavano di un fluido nerastro, gli occhi che brillavano di una fame primordiale priva di qualunque residuo di coscienza.

«Ghoul» disse Valeria, il simbolo solare già stretto in pugno. «Peggio dei vampiri più giovani, in un certo senso. Non resta nulla, in loro, della persona che erano.»

«Motivazionale» commentò Dorian, sguainando il fioretto. «Grazie per il pensiero positivo prima del combattimento.»

Lo scontro che seguì fu breve ma intenso, i ghoul che si muovevano con una velocità innaturale che colse quasi di sorpresa persino Krag, abituato ormai ai ritmi di battaglia del gruppo. Fu la combinazione di forza bruta e coordinazione tattica Krag che tratteneva l’attenzione dei mostri con la propria mole, Valeria che li respingeva con la luce del proprio simbolo, Elara che colpiva con precisione chirurgica le aperture create dagli altri due, e Dorian che si infilava negli spazi lasciati vuoti con la grazia di chi aveva fatto della schivata un’arte a garantire, alla fine, la vittoria.

«Bene» ansimò Dorian, ripulendo il fioretto mentre l’ultimo ghoul si accasciava definitivamente. «Direi che meritiamo una pausa.»

«Non c’è tempo per pause» disse Valeria, gli occhi già fissi su un passaggio più profondo che si apriva oltre la sala degli ossari, da cui proveniva un debole, innaturale bagliore verdastro. «Sento che ci stiamo avvicinando a qualcosa. E non credo che sia qualcosa di buono.»

Krag annusò di nuovo l’aria, il volto che si contraeva in un’espressione che Dorian non gli aveva mai visto prima non paura, esattamente, ma qualcosa di più complesso, un riconoscimento doloroso che sembrava riportarlo, contro la sua volontà, verso ricordi che aveva passato anni a tenere sepolti.

«C’è qualcuno, più avanti» disse infine, la voce insolitamente bassa. «Qualcuno che conosciamo.»

Nessuno chiese come facesse a saperlo. C’era, nella certezza della sua voce, qualcosa che nessuno di loro si sentiva di mettere in discussione.

Con un’ultima occhiata di reciproca conferma, i quattro si addentrarono più a fondo nelle catacombe dei Voss, verso quel bagliore verdastro e verso ciò o chi li attendeva oltre.

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Continua nel Capitolo 7: “La Cripta Allagata”