Il Rintocco di Fondovalle
Capitolo 7: La Cripta Allagata
Il bagliore verdastro che li guidava attraverso le catacombe si intensificò gradualmente, fino a rivelare la fonte: funghi luminescenti che crescevano lungo le pareti di una cripta più ampia delle precedenti, il pavimento sommerso da un velo d’acqua stagnante che rifletteva quella luce innaturale in increspature lente e silenziose.
«Bello, in un modo profondamente inquietante» commentò Dorian, guardando l’acqua che gli arrivava alle caviglie con un disgusto che non si preoccupò minimamente di nascondere. «Questi stivali erano nuovi.»
«Concentrati» disse Valeria, gli occhi che scrutavano l’oscurità circostante con una tensione che tradiva quanto prendesse sul serio l’avvertimento di Krag, pronunciato poco prima nella sala degli ossari.
Al centro della cripta, un altare di pietra nera sorreggeva un libro rilegato in pelle scura, le pagine che sembravano assorbire piuttosto che riflettere la fioca luce circostante.
Il Tomo
Fu Elara, ovviamente, a raggiungere per prima l’altare, il taccuino temporaneamente dimenticato in favore di un’attenzione quasi vorace per il libro stesso.
«Questo è antico» mormorò, sfiorando la copertina senza ancora aprirla, come se stesse valutando il peso di una decisione più grande della semplice curiosità accademica. «Molto antico. E non è un tomo qualunque.»
«Definizione di “non qualunque” che vorrei sentire prima che tu lo apra» disse Dorian, la mano che scivolava, per pura precauzione, verso l’elsa del fioretto.
Elara aprì il libro con cautela clinica, gli occhi che scorrevano rapidamente le pagine ingiallite. «Rituali negromantici» disse infine, la voce che tradiva un misto di eccitazione intellettuale e disagio morale che Dorian aveva imparato a riconoscere come tipicamente suo. «Ma non solo. Questo è un diario di ricerca. Qualcuno ha studiato qui, per anni, prima di…» Si interruppe, gli occhi che si allargavano leggermente.
«Prima di cosa?» chiese Valeria, avvicinandosi.
«Prima di diventare qualcosa che non era più del tutto umano» completò Elara, girando una pagina con mano leggermente tremante. «Le annotazioni cambiano, verso la fine. La calligrafia si fa più… frenetica. Meno umana, in un certo senso difficile da spiegare a parole. E menziona ripetutamente Fondovalle. Come se questo posto avesse un significato personale per l’autore, oltre alla semplice utilità pratica.»
«Malachar Voss» disse Krag, il nome che pronunciava sempre con un misto di disgusto e presentimento. «Studiava qui. Prima di diventare quello che è ora.»
«E queste catacombe» aggiunse Elara, gli occhi che scorrevano velocemente le ultime pagine leggibili, «si estendono ben oltre quanto abbiamo visto finora. Ci sono riferimenti a una connessione diretta con le fondamenta della Torre dell’Astronomo. Questo non è solo un nascondiglio, è.… un’estensione della sua vecchia vita di studioso. Un ponte tra chi era e chi è diventato.»
Il silenzio che seguì fu quello di quattro persone che iniziavano a comprendere, con crescente disagio, quanto profondamente e da quanto tempo Lord Voss avesse pianificato il proprio ritorno.
Un Sussurro nell’Acqua
Fu mentre Elara richiudeva il tomo, decidendo di portarlo con sé per uno studio più approfondito, che l’acqua stagnante ai loro piedi si increspò in un modo che non aveva nulla a che fare con il movimento naturale.
«Qualcosa si muove» sussurrò Valeria, il simbolo solare già stretto in pugno.
Una forma pallida emerse lentamente dall’acqua torbida uno scheletro rivestito di brandelli di carne decomposta, gli occhi vuoti che brillavano di una luce necrotica fredda e priva di qualunque pensiero.
«Guardiano» disse Krag, l’ascia già sollevata. «Non intelligente. Solo… programmato.»
Il combattimento che seguì fu breve, quasi deludente rispetto alla tensione che lo aveva preceduto lo scheletro guardiano, per quanto inquietante nell’aspetto, mancava della ferocia coordinata dei ghoul incontrati in precedenza, e cadde sotto la combinazione di acciaio e magia con relativa facilità.
«Bene» disse Dorian, scuotendo l’acqua dagli stivali con un’espressione di profondo disgusto personale. «Direi che possiamo proseguire.»
Fu allora che Krag, immobile al centro della cripta, alzò una mano per richiedere silenzio.
«Aspettate» disse, la voce tesa in un modo che nessuno dei tre aveva ancora imparato ad associare a un falso allarme. «C’è dell’altro. Più avanti.»
Il Santuario di Corin
Seguirono un passaggio laterale, più stretto e meno curato degli ambienti precedenti, fino a raggiungere una piccola cripta separata quasi un rifugio, notò Dorian con un misto di sorpresa e crescente disagio, allestito con un giaciglio improvvisato di stracci e paglia, come qualcuno avesse cercato di ricreare, per quanto grottescamente, una parvenza di normalità domestica.
La figura pallida e famelica che li fissava dall’angolo più buio strinse lo stomaco di Dorian con una violenza che non si era aspettato.
«Corin» sussurrò, il nome che gli usciva quasi involontariamente.
Il ragazzo perché nonostante tutto, nonostante le settimane trascorse e la trasformazione sempre più evidente, restava riconoscibile come tale, almeno per chi lo aveva già incontrato una volta li fissò con un’espressione che oscillava tra il riconoscimento confuso e la fame primordiale che sembrava consumarlo dall’interno.
«Voi» sussurrò, la voce che si contorceva tra sillabe quasi umane e un sibilo animalesco sottostante. «Siete tornati.»
«Corin» disse Valeria, avanzando con la cautela di chi si avvicina a un animale ferito piuttosto che a un mostro, «tua madre ti cerca ancora. Ogni giorno. Non ha mai smesso di sperare.»
Per un istante abbastanza lungo da far quasi credere a tutti loro che qualcosa di buono potesse ancora accadere gli occhi rossi del ragazzo si velarono di qualcosa che assomigliava, dolorosamente, al dolore umano.
«Non posso tornare» sussurrò, la voce che si spezzava. «Non sono più… Non sono più quello che ero. La fame non se ne va mai. Non del tutto.»
«Possiamo aiutarti» disse Valeria, la voce ferma nonostante l’evidente conflitto interiore che le si leggeva sul volto. «Ci sono rituali, la mia chiesa ha conoscenze su come…»
«No.» La parola uscì con una violenza improvvisa, il volto di Corin che si contorceva in una smorfia di dolore e furia mista. «Lui è dentro di me. Sempre. Sussurra. E la fame vince sempre, alla fine.»
L’Ultimo Combattimento
Non ci fu preavviso oltre quello. Corin si mosse con una velocità che aveva superato notevolmente quella del loro primo incontro, l’istinto predatorio che aveva definitivamente sopraffatto qualunque residuo di volontà umana.
«Formazione!» gridò Valeria, ma questa volta con una tensione nella voce che tradiva quanto quel combattimento pesasse su di lei più di qualunque altro affrontato finora non per la difficoltà tattica, ma per il peso morale di dover ferire, forse uccidere, qualcuno che avevano cercato disperatamente di salvare.
Corin combatteva ora con una forza e una velocità che rendevano il loro primo scontro, mesi prima, quasi un ricordo lontano di un pericolo minore. Gli artigli tracciavano archi che costringevano persino Krag ad arretrare, il morso che cercava il collo di Elara con una precisione predatoria che le strappò un urlo di puro terrore prima che riuscisse a schivare per un soffio.
«Dobbiamo fermarlo!» gridò Dorian, parando un affondo che gli fece scricchiolare pericolosamente il polso. «Non ucciderlo, se possiamo evitarlo, ma fermarlo!»
«Non stiamo… esattamente scegliendo noi le regole dell’ingaggio!» rispose Elara, scagliando una sequenza di dardi arcani che costrinsero Corin ad arretrare momentaneamente, la voce che tradiva più emozione di quanta ne mostrasse solitamente.
Fu Valeria, alla fine, a trovare l’apertura decisiva non con violenza, ma con luce. Il suo simbolo solare brillò di un fulgore che riempì l’intera cripta, una preghiera sussurrata più che gridata, carica di un dolore genuino per ciò che stava per fare.
Corin arretrò con un urlo che aveva più dell’umano straziante che del predatore ferito, la pelle che fumava dove la luce sacra lo toccava. Krag colse l’apertura con un colpo che avrebbe dovuto essere fatale e forse, in parte, lo fu.
Ma Corin, gravemente ferito, gli occhi che per un ultimo, fragile istante tornarono quelli di un ragazzo terrorizzato invece che di un mostro, si dissolse in una nebbia scura che filtrò attraverso le crepe della cripta, scomparendo verso profondità che nessuno di loro, in quel momento, aveva la forza di seguire.
Il Peso della Pietà
Il silenzio che seguì fu diverso da qualunque altro li avesse accolti dopo un combattimento precedente. Nessuno parlò per lungo tempo, ciascuno alle prese con il peso specifico di ciò che era appena accaduto.
«Non l’abbiamo salvato» disse infine Valeria, la voce carica di un dolore che nessuna preghiera sembrava in grado di alleviare completamente. «Non del tutto.»
«L’abbiamo fermato» disse Dorian, con una delicatezza che sorprese persino lui stesso. «Per ora. Ed è più di quanto molti altri avrebbero fatto al posto nostro.»
Krag, che ripuliva l’ascia con movimenti meccanici più lenti del solito, alzò lo sguardo con un’espressione che tradiva una comprensione dolorosa. «A volte» disse, la voce carica di un’esperienza che nessuno degli altri tre condivideva pienamente, «salvare qualcuno significa solo… ritardare la fine. Non impedirla.»
Nessuno lo contraddisse. Nessuno, francamente, aveva la forza per farlo.
Fu mentre risalivano lentamente verso la superficie, il peso di quella battaglia ancora fresco su ognuno di loro, che una voce femminile calma, quasi divertita, terribilmente sicura di sé riecheggiò dall’oscurità alle loro spalle.
«Siete arrivati più lontano di quanto pensassi possibile per dei dilettanti» disse la voce, ogni parola carica di un’ironia gelida che fece irrigidire tutti e quattro simultaneamente. «Peccato che da qui in poi, il gioco cambi.»
Dorian si voltò di scatto, il fioretto già in mano, ma l’oscurità dietro di loro restava vuota, priva di qualunque forma visibile solo quella voce, che sembrava provenire da ogni direzione e da nessuna in particolare.
«Chi sei?» gridò Valeria nell’oscurità, la voce che non tradiva paura ma una determinazione rinnovata.
Non ci fu risposta. Solo un’eco di risata, lontana e gelida, che si dissolse lentamente nel silenzio delle catacombe.
«Bene» disse Dorian, dopo un lungo momento di silenzio teso, la voce che tentava di recuperare un briciolo della propria consueta leggerezza e fallendo solo in parte. «Direi che abbiamo appena fatto una nuova, terribile amica.»
Nessuno degli altri tre trovò la battuta particolarmente divertente. Ma nessuno, nemmeno per un istante, distolse lo sguardo dall’oscurità che li circondava, mentre risalivano verso la superficie con la certezza, ormai innegabile, che la vera sfida della loro missione a Fondovalle era appena, davvero, cominciata.
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Continua nel Capitolo 8: “Lady Corvale”
