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HELLPITLa fortezza degli avventurieri

Aventure a Fondovalle

Il Rintocco di Fondovalle Capitolo 5: Il Rito Interrotto

Il Rintocco di Fondovalle

Capitolo 5: Il Rito Interrotto

La Villa dei Marchetti, quando vi giunsero sotto il chiarore della luna piena, brillava di un’eleganza che Dorian trovò quasi offensiva nella sua ostentazione troppe candele, troppa musica, troppo di quel tipo di ricchezza che grida “guardatemi” a chiunque passi abbastanza vicino da sentire l’odore del vino versato con noncuranza.

«Ricordatevi» sussurrò Dorian, aggiustandosi per l’ennesima volta il colletto della giacca presa in prestito, «io sono un nobile viaggiatore interessante e misterioso. Voi tre siete servitori assunti per l’occasione, il che significa: testa bassa, sguardo discreto, e per l’amor del cielo, Krag, prova a sembrare meno pronto a spezzare qualcuno in due.»

«Sto sembrando calmo» rispose Krag, con un’espressione che definire “calma” richiedeva una notevole dose di ottimismo.

«Stai sembrando un orso che ha appena scoperto l’esistenza dei vassoi da portata» commentò Elara, sistemandosi la divisa da servitrice con l’aria di chi trova l’intera operazione scientificamente interessante e socialmente imbarazzante in egual misura. «Ma va bene. Improvviseremo.»

Valeria, l’unica dei tre “servitori” che sembrava effettivamente a proprio agio nel ruolo meritò, sospettava Dorian, di anni di disciplina monastica si limitò ad annuire con la professionalità silenziosa di chi ha già deciso esattamente come comportarsi.

Tra gli Ospiti

L’infiltrazione, con sollievo generale, procedette meglio di quanto qualcuno di loro avesse osato sperare. Dorian si mescolò tra gli ospiti con la naturalezza di un pesce che ritrova l’acqua, intrattenendo conversazioni su investimenti immaginari con una disinvoltura che avrebbe fatto invidia a qualunque vero nobile. Valeria, Krag ed Elara si muovevano tra i tavoli con vassoi di vino e canapè, raccogliendo frammenti di conversazione con l’efficienza discreta di chi ha imparato, per necessità più che per talento, l’arte di ascoltare senza sembrare di farlo.

«Ho sentito due nobildonne parlare di “protezione contro le difficoltà economiche”» mormorò Elara, passando accanto a Dorian con un vassoio vuoto, la voce abbastanza bassa da non attirare attenzioni indesiderate. «Un eufemismo interessante, se il “benefattore” di cui parlano è chi penso io.»

«Immagino che “vendere la propria anima in cambio di prosperità” suoni meno raffinato in un salotto» rispose Dorian, sorseggiando vino che non aveva intenzione di finire. «I ricchi hanno sempre avuto un talento particolare per rendere elegante ciò che è semplicemente disperato.»

Fu Krag, con la sua caratteristica economia di parole, a fornire l’informazione decisiva. «Passaggio nascosto» disse, fermandosi accanto a Dorian con un vassoio di bicchieri vuoti come pretesto. «Dietro un arazzo, verso le cantine. Ho visto tre servitori sparire là dentro e non tornare.»

«E immagino» disse Dorian, posando il proprio bicchiere con studiata nonchalance, «che quei tre non stessero semplicemente andando a prendere altro vino.»

Verso le Cantine

Quando la musica si interruppe bruscamente, poco prima di mezzanotte, l’intera villa parve trattenere il fiato in un modo che Dorian trovò fisicamente percettibile, come se l’aria stessa si fosse fatta più densa.

Dorian Marchetti salì su un piccolo palco improvvisato, il sorriso di un uomo che aveva finalmente ottenuto il riconoscimento sociale che desiderava anche se, notò Dorian Vane con un brivido di apprensione professionale, quel sorriso aveva qualcosa di vitreo, di eccessivamente calmo per un uomo normale in una situazione normale.

«Amici» disse Marchetti, la voce che risuonava con una sicurezza che Dorian non gli aveva mai sentito durante la loro cena. «È ora di scendere.»

Un piccolo gruppo di ospiti selezionati quelli, presumibilmente, con “il segno “si mosse verso l’arazzo indicato da Krag, scomparendo uno alla volta nel passaggio nascosto. Dorian scambiò un’occhiata rapida con i suoi tre compagni, un accordo silenzioso che non richiedeva parole.

Si mescolarono al gruppo con la stessa disinvoltura con cui erano entrati nella villa, scendendo una scalinata di pietra che portava a una cantina trasformata, con un lavoro evidentemente meticoloso, in qualcosa di molto più sinistro del semplice deposito di vini che avrebbe dovuto essere.

Il Cerchio

La cantina si apriva in un’ampia sala illuminata da candele nere disposte con precisione geometrica attorno a un simbolo dipinto sul pavimento lo stesso occhio velato, ingrandito fino a occupare l’intera stanza, ogni linea tracciata con una cura che rasentava l’ossessione.

Al centro del cerchio, incatenato e terrorizzato, un giovane servitore della villa fissava la folla di cultisti con l’espressione di chi ha già accettato, con rassegnazione straziante, il proprio destino.

«Il Velo si apre» dichiarò Marchetti, le braccia alzate in un gesto teatrale che avrebbe potuto risultare quasi comico, se non fosse stato per la genuina devozione che tremava nella sua voce. «Presto, il Benefattore ci ricompenserà tutti.»

Valeria si mosse per prima non c’era, per lei, alcuna esitazione possibile davanti a un rituale che minacciava la vita di un innocente. «Ora basta» disse, la voce che riempì la cantina con un’autorità che sembrava provenire da qualcosa di più grande di lei stessa.

Il cerchio di cultisti si voltò all’unisono, il momento di sospensione rituale che si spezzava in caos.

«Intrusi!» gridò qualcuno, e Dorian Marchetti il volto che si contorse in un’espressione che tradiva più fanatismo che vera sorpresa estrasse un pugnale rituale con la determinazione di chi non aveva alcuna intenzione di lasciare che il proprio momento di gloria venisse interrotto.

«Perdonatemi» disse Dorian Vane, sguainando il fioretto con un sospiro che nascondeva a stento il fastidio, «ma trovo profondamente irritante essere chiamato “intruso” da un uomo che porta il mio stesso nome. Sembra quasi un insulto personale.»

«Non è il momento per le tue lamentele esistenziali sui nomi» ringhiò Krag, l’ascia già in movimento verso il cultista più vicino.

«È sempre il momento per le lamentele esistenziali, Krag. È solo questione di priorità.»

Il Combattimento nella Cantina

Ciò che seguì fu, a detta di tutti quattro in seguito, uno dei combattimenti più caoticamente coordinati della loro breve ma già intensa carriera insieme.

Valeria si posizionò immediatamente tra il servitore incatenato e il resto della sala, lo scudo alzato a deviare il primo assalto disperato di un cultista minore, mentre la sua mano libera lavorava freneticamente sulle catene che imprigionavano il prigioniero. Elara, con la calma glaciale di chi ha calcolato ogni variabile in anticipo, scagliò una sequenza di dardi arcani contro i cultisti che tentavano di circondare Krag da dietro, la sua voce che scandiva formule con una precisione quasi metronomica anche nel mezzo del caos.

Krag, come previsto, si gettò direttamente nel folto della mischia con l’entusiasmo di un uomo che aveva passato settimane a reprimere l’istinto di menare fendenti a qualcosa, e ora si concedeva finalmente quel lusso senza remore.

Dorian, dal canto suo, si trovò faccia a faccia con il suo omonimo mercante, il pugnale rituale che tracciava archi disperati nell’aria mentre Marchetti chiaramente più abituato a incantesimi che a duelli fisici compensava la mancanza di abilità con una furia fanatica che rendeva ogni suo colpo imprevedibile.

«Sai» disse Dorian, parando un affondo con un movimento fluido del fioretto, «ho conosciuto molti fanatici nella mia vita. Ladri che giuravano fedeltà a dei improbabili, nobili che credevano nella propria superiorità genetica, persino un uomo che era assolutamente convinto che i piccioni fossero spie di un regno sotterraneo. Ma tu» un’altra parata, seguita da un affondo che costrinse Marchetti ad arretrare «tu sei particolarmente patetico, considerando che stai letteralmente vendendo la tua città a qualcosa che ti userà e ti getterà via senza il minimo rimorso.»

«Non capisci» ansimò Marchetti, gli occhi che brillavano di una devozione malata. «Lui mi ha promesso l’eternità!»

«L’eternità come cosa, esattamente? Servo perpetuo? Perché, fidati, ho visto come tratta i suoi “figli” più recenti, e “eternità” non sembra proprio la parola giusta per descriverlo.»

Fu un incantesimo di Elara una raffica di energia gelida che colpì Marchetti al fianco proprio mentre tentava un affondo disperato a dare a Dorian l’apertura decisiva. Il fioretto trovò il bersaglio con precisione chirurgica, non fatale ma sufficiente a far cadere il pugnale rituale dalle mani del mercante con un tintinnio metallico che risuonò stranamente forte nel silenzio improvviso che seguì.

Il combattimento, nel suo complesso, durò forse tre minuti. Sembrarono molto di più.

Ciò che Rimase

Con i cultisti sopraffatti o in fuga, e Marchetti stesso ridotto a un uomo tremante e disarmato invece che al fanatico esaltato di poco prima, il gruppo si concesse finalmente un momento per riprendere fiato e per liberare completamente il servitore incatenato, che Valeria abbracciò con un sollievo che trascendeva qualunque professionalità clericale.

«Grazie» sussurrò il ragazzo, la voce ancora tremante. «Pensavo che sarei morto stanotte.»

«Non stanotte» disse Valeria, con una fermezza che sembrava tanto una promessa quanto una preghiera.

Fu Elara, frugando metodicamente tra gli effetti personali di Marchetti mentre le guardie cittadine allertate dal trambusto iniziavano a scendere nella cantina, a trovare l’oggetto che avrebbe cambiato la direzione della loro indagine.

«Un diario» annunciò, sfogliandolo rapidamente con gli occhi che si allargavano progressivamente. «Marchetti chiama il suo “Benefattore” con delle iniziali. “M.V.” E menziona un luogo… “la Torre silenziosa”.»

Dorian, ripulendo il fioretto con un gesto quasi automatico, si avvicinò a guardare da sopra la sua spalla. «La Torre dell’Astronomo» disse lentamente, i pezzi che si assestavano in un quadro sempre più inquietante. «Cassian ci aveva accennato che è lì che ha sede il vecchio patrimonio arcano della città. E se il nostro misterioso “Benefattore” ha iniziali che corrispondono a un vecchio nome nobiliare caduto in disgrazia secoli fa…»

«Malachar Voss» completò Valeria, il nome che sembrava pesare nell’aria della cantina con un peso quasi fisico. «Ne ho sentito parlare, brevemente, negli archivi del Tempio. Un eretico bandito dalla città generazioni fa.»

«Un eretico bandito» ripeté Krag, la voce carica di un presentimento che nessuno di loro voleva confermare ad alta voce, «che a quanto pare non è mai morto davvero.»

Il silenzio che seguì fu quello di quattro persone che avevano appena realizzato, simultaneamente, che la minaccia che stavano affrontando era molto più antica, molto più paziente, e molto più pericolosa di un semplice culto di cittadini corrotti.

Fuori dalla villa, mentre le guardie cittadine si occupavano dell’arresto dei cultisti sopravvissuti e Marchetti veniva condotto via in catene un’ironia che Dorian non poté fare a meno di apprezzare, per quanto amaramente i quattro si ritrovarono a fissare la sagoma lontana e scura della Torre dell’Astronomo, stagliata contro il cielo notturno oltre le mura cittadine.

«Sapete» disse Dorian, con un tentativo di leggerezza che suonava sempre più fragile a ogni capitolo di questa storia, «inizio seriamente a rimpiangere il giorno in cui ho deciso che Fondovalle sembrava un posto tranquillo per un piccolo colpo redditizio.»

Nessuno degli altri tre lo contraddisse. Ma nessuno, nemmeno per un istante, suggerì di abbandonare la città al proprio destino.

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Continua nel Capitolo 6: “Il Mausoleo dei Voss”